Vi è mai capitato di conoscere una persona e sentire un fastidioso pizzicorio alla pelle, un sorta di segnale che vi avverte che niente di buono accadrà a breve.Ebbene è ciò che accade quando conosciamo qualcuno e diciamo ”a pelle non piace”. Perché? Cosa fa scattare in noi quell’affermazione?
Il nostro cervello registra dei segnali in pochi decimi di secondo, sono così veloci che sfuggono alla nostra consapevolezza. Sono un “team” di messaggi costituti dal linguaggio del corpo del nuovo interlocutore.
Partiamo dal viso: è la prima cosa che guardiamo. Ci si presenta e, mentre stringiamo la mano dicendo ”piacere” gli occhi entrano i contatto. Se il nostro sguardo viene accolto ritroviamo riscontro nello scambio reciproco e, contemporaneamente si dipinge un sorriso sulle labbra. Questa sinergia di segnali positivi ci fanno piacere all’istante la persona che abbiamo appena conosciuto.
Se, al contrario, lo sguardo dell’interlocutore sfugge al nostro, sul suo volto si dipinge un sorriso forzato, e nei pochi minuti che seguono alla conversazione, l’altro continua ad evitare il nostro sguardo, bam! Qualcosa scatta e ci mettiamo sulla difensiva dicendoci “Non mi piace!”.
Questa dinamica accade perché noi regoliamo le nostre interazioni attraverso numerosi segnali non verbali e uno molto importante è proprio lo sguardo. Per questo è vitale guardare il volto dell’interlocutore quando si parla, perché il non farlo suscita diffidenza, viene a mancare quella conferma di sincerità che solo attraverso lo sguardo possiamo rilevare.


