Io sono una persona timida, eppure tengo corsi davanti a grandi platee, tengo convegni e conferenze, da studente facevo parte di un gruppo di animazione, il mio ruolo era quello di intrattenere gli ospiti delle feste (private, in discoteca e nei locali vari) e il tutto sempre al microfono! Se all’età di 18 anni (ora ne ho 35) mi aveste detto che avrei fatto tutte queste attività vi avrei fatto una bella risata!
Eppure ora, sul palcoscenico, o in cattedra sono completamente sciolta e mi sento a mio agio, parlo con naturalezza e spontaneità, come ho fatto?
Come sono riuscita a combattere questa timidezza?
In un modo destramente semplice, ma molto efficace ho smesso di parlare a me stessa, dicendomi che “sono timida, non riuscirà mai a parlare davanti a tante persone”, “sono così timida che non riuscirò mai a conoscere gente, per costruire nuove amicizie”.
Ho eliminato queste miei condizionamenti, ripetendomi invece frasi che non mi facevano paura, che non mi buttavamo giù, ma che invece mi davano forza e coraggio, frasi del tipo: “ok, posso farcela, posso essere me stessa, non è necessario che io parli con tutti, posso invece scegliere, e decidere con calma con chi parlare, voglio smettere di concentrarmi su di me, voglio invece guardarmi intorno per capire e ascoltare, così l’ambiente nuovo non mi sembrerà così tanto sconosciuto ma mi diventerà famigliare.
E così nel tempo ho sostituto tutti quei condizionamenti che mi bloccavano nella costruzione delle relazioni interpersonali.
È incredibile la forza che ha su ognuno di noi il condizionamento: le parole che diciamo a noi stessi possono avere un potere davvero devastante su di noi; ma possono anche avere un grande potere di forza, di vitalità, potenzialità tali da permetterci di staccarci dal giudice più grande e più severo: noi stessi.
Siccome nei mie corsi di formazione mi piace dare delle prove sui concetti e sulle strategie che insegno, ho voluto sperimentare in prima persona, per poi poter dimostrare, che quando ci mettiamo in testa un’idea, e la fissiamo con una serie di parole, ne siamo così convinti che, tali convinzioni si trasformano in una legge che fanno avverare tutte le nostre “paure” e “timori” diventano profezie che si auto avverano.
Ecco l’esperimento che ho fatto:
Un paio di settimane fa, per lavoro mi sono recata a Milano a seguire un corso, (io vivo a Parma) partecipavo a questo corso di aggiornamento, le condizioni erano queste: non conoscevo nessuno, non conoscevo l’argomento, non ero un tecnico specialistico di quel specifico argomento.
Così mi sono imposta di dirmi, con convinzione, frasi quali: “Io sono estremanete timida“; “Riuscirò a conoscere qualcuno visto che sono così timida?”, “La mia timidezza mi permetterà di fare delle domande per chiarire concetti a me non chiari?”,”Ma devo essere io a fare il primo passo? Ma se poi mi rifiutano? Sarà meglio per me, dato che sono così timida, rimanere in un angolo”; “Si, bella idea, me ne resto in disparte senza dare nell’occhio, ottima strategia!”
Risultato?
Hanno vinto le mie convinzioni negative.
Ho passato l’intera giornata completamente isolata, mi sentivo sola in mezzo alle diverse decine di persone che partecipavano al corso, non ho avuto nemmeno il coraggio di fare domande chiarificatrici, ne di andare a salutare e ringraziare i bravissimi e competenti docenti e relatori che sono intervenuti.
Tanto è vero che alla domanda “Patrizia come mai non sei andata a salutare?” non sapevo cosa dire, non sapevo come spiegare che mi sono talmente influenzata con le mie parole, da essermi trasformata in un pezzo di marmo timido ed immobile, ho dato una banale, ma credo anche, poco credibile spiegazione.
Ecco così ho dimostrato a me stessa, ma spero anche a voi, la potenza dei condizionamenti personali che noi, in modo più o meno consapevoli, diamo a noi stessi.
Patrizia Marzola



July 10th, 2009 - 3:14 pm
Quindi? Cosa avresti dovuto fare?
July 13th, 2009 - 12:14 pm
Ciao Luca
mi chiedi cosa avrei dovuto fare, una cosa talmente semplice che può apparire banale. Vedi a volte basta poco per rompere il ghiaccio e quindi riuscire a conoscere qualcuno.
Sarebbe bastato fare un sorriso amichevole al mio vicino di posto (perché quando lui lo ha fatto a me, io ho risposto al suo sorriso, ma poi mi sono immersa nella mia lettura delle dispense) non ho più alzato la testa.
Nelle pause invece di starmene in disparte avrei potuto muovermi in mezzo al gruppo, salutare, avvicinarmi alle discussioni e aspettare il momento propizio per inserirmi nelle conversazioni. Come faccio di solito. Questo è sufficiente e non solo è anche bello perché ho sempre modo di fare qualche amicizia nuova.
July 14th, 2009 - 12:46 pm
A volte anche io sono di questo parere…e quindi faccio come dici tu!! Ma conviene sempre farlo?? O è solo un modo per “testare” la gente? A volte puoi accorgerti che la gente non è predisposta (è chiusa all’interno di un gruppo magari) e forse ugualmente conviene fare sempre il primo passo e poi indivuare un percorso tra la gente che forse ci possa piacere (nel senso che avvertiamo che anche dall’altro lato piaciamo).E se fosse la gente a cercarci qualche volta? Sempre noi dobbiamo cercare per primi?
July 14th, 2009 - 1:05 pm
p.s.: sono appassionato a molti di questi argomenti,soprattutto quelli che riguardano il comportamento della gente…forse perchè da un pò di tempo in modo naturale ho iniziato a “studiare” la gente..pur non avendo un background da psicologo, ma penso ugualmente di essere in grado di tirar fuori dei “profili” giusti su chi mi circonda, infatti molti dei consigli etc…su come comunicare(assertività etc..) li condivido pienamente (ed erano concetti che già avevo appreso in modo autonomo)…purtroppo penso anche che le relazioni tra le persone siano condizionate spesso dal contesto.Molto è superficiale (o sentito solo in certe situazioni), poco è sentito veramente e sempre.Non possiamo mai aspettarci ciò che siamo disposti a dare!!
July 15th, 2009 - 11:52 am
Ciao Luca, sai penso che siamo noi a poter decidere se fare o no il primo passo verso la “gente”. È verissimo, spesso ci sono persone che, anche cambiando contesto (ad esempio dal lavoro alla vacanza,) restano comunque chiuse. Credo che questa chiusura possa derivare anche dalla diffidenza. Forse la gente pensa che se qualcuno è gentile e cortese nei suoi confronti, dovrà per forza fare qualcosa in cambio, una specie di “egoismo” “paura di dover dare”, non so, le mie sono solo osservazioni che derivano dal modo naturale di osservare la gente, proprio come fai tu.
Per imparare a capire la gente non serve un background da psicologo, serve solo affinare le abilità di ascolto e di osservazione.
Posso raccontarti due esempi semplici freschissimo che mi sono appena capitati.
Uno in vacanza lo scorso weekend. Ho accompagnato i miei genitori in un villaggio turistico in toscana, i villaggi offrono, grazie all’animazione, tante divertenti attività in spiaggia, quindi un bel modo per conoscere e fare gruppo con altri turisti. Ma la gente, pur partecipando a tutte le attività nessuno palava con gli altri. Che tristezza!
Un altro episodio proprio questa mattina in banca. Sono andata a fare una semplice operazione, presso un’altra agenzia della mia stessa banca. Operazione che faccio da almeno 5 anni, la stessa prassi mai cambiata, sempre uguale. E l’operatore mi dice che non può farla perché così non si può fare, così io, in tono gentile, gli dico che i suoi colleghi me la fanno periodicamente, e gli ho spiegato la procedura, lui si è spaventato. Si , non arrabbiato, ma proprio spaventato in seguito alle mie parole, così si ferma, si gira sulla sedia, si mette di fronte a me, abbassa le spalle e la voce e mi dice “Ma signora lei ce l’ha con me?”, io l’ho guardato sbigottita, mi sono interrogata sul tono da me usato, ma sono stata assolutamente calma, gli ho semplicemente dato un’informazione. Così sempre gentilmente e sorridendo gli ho detto che poteva chiamare i suoi colleghi e farsi dire come fare.
È stato incredibile, mi sono sentita in colpa per averlo spaventato così! Probabilmente questa persona vive in un contesto lavorativo ricco di tensione, e credo sia abituato ad attacchi aggressivi più che a scambi comunicativi basati sul buon senso.
Ho voluto raccontare questi due episodi proprio per dare valore a ciò che tu dici sul comportamento umano, che spesso è irrazionale, mi spiazza sempre vedere come ad una stessa situazione le persone reagiscano in modo completamente diverso.
Quindi è giusto fare sempre il primo passo? No, dipende dal nostro obiettivo, io credo che spesso siano anche gli altri a volersi avvicinare a noi, sta comunque sempre a noi stessi dare segnali di apertura che aprano l’invito a questo avvicinamento.
July 15th, 2009 - 1:20 pm
Si forse anch’io sono un “gran” diffidente (in generale)…forse tutto ciò che faccio è “incapsulato” in una specie di test (il problema è che non so se sia giusto ragionare in questi termini)…nel senso che se qualcuno mi piace, cerco (ma credo di essere molto chiaro) di farglielo capire…poi provo a vedere la disponibilità dall’altra parte (come se attendo che qualcuno mi debba dimostrare per forza qualcosa). Il fatto strano, che mi sorprende parecchio, è che magari un giorno ho delle conferme, un altro delle smentite…non è facile (forse è proprio legato all’irrazionalità come dicevi tu)…e forse col tempo penso che queste persone “altalenanti” non fanno per me (ma forse anch’io lo sono stato qualche volta,magari quando mi son accorto che all’inizio qualcuno mi “piaceva” e poi l’ ho “dovuto” un pò “abbandonare”(tradendo anche magari la sua fiducia) perchè mi son accorto col tempo che non era così e forse non mi piaceva veramente e potevo iniziar a diventar falso…ma di sicuro non ho ragionato secondo la teoria dell’ “oggi mi sta bene,domani no,dopodomani di nuovo si” è proprio questa che non mi piace ed è proprio questa che a volte noto nella gente però…boh). Forse sono estremista