Quando l’esuberanza causa problemi di relazione.
Vi racconto un altro caso interessante che riguarda problemi relazionali specifici di un ragazzo, il cui nome inventato, è Andrea, un ragazzo di 37 anni, con una spiccata vitalità e molti interessi. Ama parlare delle sue passioni.
Il motivo che lo ha spinto a partecipare al mio corso di comunicazione deriva da un suo problema di socializzazione.
Il percorso che abbiamo fatto in aula è stato quello di costruire delle simulazioni, in cui lui interagiva con un’altra persona. Inventando scambi relazionali che andavano dall’incontro con un estraneo, ad una conversazione fatta con un amico.
Questi giochi, lo hanno fatto riflettere sulle cause dei suoi problemi relazionali. Lui è un ragazzo esuberante, che sprizza vitalità. È un eclettico. Non smetterebbe mai di parlare dei suoi interessi. Sicuramente è una persona molto interessante. Ma purtroppo, queste sue potenzialità erano viste dagli altri come difetti. Perché?
Innanzi, tutto la sua “troppa esuberanza” non lascia spazio agli altri membri coinvolti nello scambio comunicativo. È talmente coinvolto e preso dalle sue parole che, non controlla i segnali di feedback dei suoi compagni, che, stanchi di ascoltare, il suo monologo, senza poter interagire, se ne vanno.
È importante invece, saper guardare i segnali di feedback che ci rimandano i nostri interlocutori. Che vanno dallo sguardo, alle espressioni, fino alla postura. Facciamo qualche esempio.
Se, mentre parla Andrea, il suo interlocutore mostra segnali di insofferenza. Segnali come, giocare con il cinturino dell’orologio, oppure, lo sguardo che fugge da lui, come volesse dire “Voglio scappare!”, e intanto, le gambe mimano questo pensiero, con una sorta di balletto irrequieto. Oppure, ancora, piccoli cenni della bocca, sbuffare e sorridere con tensione. Andrea era insensibile a tutti questi importanti segnali, che poi, non erano tanto nascosti!
Inoltre, Andrea ha imparato a fare attenzione al modo in cui coinvolgeva l’altro nel discorso. Visto che non gli dava spazio ha imparato a fare domande. Mediante l’uso di domande, si può coinvolgere la controparte nella conversazione. Se, mentre parliamo, non facciamo in modo di coinvolgere l’altro, per quanto sia interessante l’argomento, egli si stanca e trova il modo di interrompere l’interazione il più in fretta possibile.
Ancora, Andrea ha potuto sperimentare quale incredibile effetto positivo, abbia l’uso controllato delle pause di silenzio. Ha capito che non sempre il silenzio è un momento d’imbarazzo. Ma che anzi, è proprio durante il silenzio che ciascuno di noi riflette e formula ciò che vuole dire successivamente.
In conclusione, Andrea sta sperimentando l’uso consapevole della comunicazione non verbale. E come essa può guidarlo nella costruzione della relazione, sia pure temporanea, con i suoi diversi interlocutori.
Ha riconosciuto l’importanza dello sguardo. Come ad esempio guardare in faccia le persone con le quali parla. Quindi, dare loro più attenzione, e più spazio all’interno della conversazione.
Ha anche visto come essere concentrato sempre solo su se stesso, lo portava ad essere abbandonato, anche sul più bello del racconto! Ad esempio iniziare a raccontare un episodio a lui accaduto, senza chiedere se l’altro era interessato.
Si è reso conto della sua abitudine di sembrare sempre troppo “saccente”. Faceva sentire in imbarazzo le persone che non avevano i suoi stessi interessi, come ad esempio, la passione per il teatro o per il cinema. Ha imparato che non tutti hanno gli stessi interessi, e ciò che può essere importante per lui, non necessariamente lo è anche per gli altri.
Insomma, Andrea ha compiuto una bella indagine sull’effetto che il suo modo di porsi ha sugli altri. Ora, con un po’ di pratica sta cercando di rimediare agli errori fatti.